Le New Town aquilane, il nuovo progetto di Berlusconi per l'Aquila, comincia a dare problemi di stabilità e assestamento, travi che crollano e allagamenti vari fanno tremare la Protezione civile. «Dissesto statico», «esecuzione difettosa». Sono solo tre pagine col timbro dei vigili del fuoco, per chiarire una volta e per tutte agli aquilani che qui non si regala proprio un bel niente, il sogno (incubo) delle new town è evidente, per amor di dio, il lavoro è stato fatto con grande maestria ma è del tutto insignificante in contrasto con questi spiacevoli inconvenienti che portano tutti ad una paura fondata di terremotati bis. Come quella di contrada Sant'Antonio, inaugurata l'autunno scorso, un anno dopo un crollo e successivo sopralluogo dei vigil del fuoco aprono squarci preoccupanti sulle condizioni di queste case. In Abruzzo ora li chiamano «sfollati bis»: terremotati pronti a lasciare le new town allagate per tornare in albergo, c'è chi, tra travi cadenti e allagamenti, annuncia di rivolgersi alla Procura. Da Eucentre, l'azienda di Pavia che, con la protezione civile, ha progettato le abitazioni, non commentano. Non è la prima polemica che investe il progetto Case, un mese fa è stato depositato presso la Procura abruzzese un servizio di Rainews 24, A prova di sisma, dove si denuncia appunto il reale stato delle costruzioni. Da Roma la Protezione civile fanno sapere: «le case sono sicure». L'ultima parola la diranno le indagini della polizia giudiziaria, che ha sentito funzionari ministeriali ed esperti, nazionai ed internazionali, compresi alcuni dell'Università di San Diego. L'altra polemica riguarda i costi delle new town. Secondo il consigliere regionale dell'Italia dei valori Carlo Costantini, sono eccessivi quelli sostenuti per le abitazioni: 13,5 milioni di euro solo per la fornitura dei 7.300 dispositivi antisismici sotto inchiesta. La sua esposizione gli è costata una querela da parte di Gian Michele Calvi, coordinatore del Progetto case e presidente dei laboratori di Eucentre, chiesto un risarcimento per due milioni di euro, al centro della querelle, la distribuzione di incarichi e consulenze. Costantini ha ottenuto dal Tar dell'Aquila il diritto a consultare i documenti e agli atti con gli elenchi dei nomi dei professionisti presc elti in modo da agevolarlo ad esercitare il suo diritto alla difesa. Avremo forse un quadro più chiaro della vicenda. Dunque ancora forti scosse in questo paese ridotto all'osso, straziato, de luso, da questa pratica del bene che in fin dei conti è solamente un accordo geografico di riqualificazione, ma senza mezzi termini, senza compromessi, solamente un processo (ancora uno) decreterà chi in questa vicenda ne ha fatto le spese e le conseguenze.
Addio Mario Monicelli, grande interprete e regista della commedia all'italiana. Un paese che cancella il passato per dare vita a nuovi mostri, e se proprio non lo cancella lo calpesta, lo devitalizza, lo rende incapace di intendere e volere. La commedia è sempre stata per noi italiani un inno alla libertà, all'emancipazione e per questo che l'amiamo così tanto, i suoi padri sono quasi tutti morti, Monicelli, De Filippo, Sordi, Gassman, Comencini, Risi, Scola e tantissimi altri. Oggi ci ha lasciato un grande, il suo ultimo ciak, si è lanciato dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni di Roma dove era ricoverato. Fino all'ultimo schierato con i giovani e coi lavoratori: «Non c'è sconfitta e cupezza c'è solo certezza per voi giovani».
La voce del maestro - In una delle ultime apparizioni in pubblico, prima di ritirarsi comple tamente a vita privata, nella lotta personale contro un cancro molto grave per cui ieri è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale dove con un gesto estremo ha deciso di uccidersi piuttosto che vivere gli ultimi giorni nella sofferenza, il grande Mario Moicelli era sceso in piazza per unirsi alla rabbia di chi nel paese cerca e pretende un futuro diverso. Sul palco del No-B Day lo scorso dicembre il maestro della commedia all'italiana era entusiasta di scoprire che: «Ci sono molti giovani n ella protesta, sono felice perchè non c'è cupezza, non c'è speranza, c'è solo certezza di vincere per voi». Un'augurio che questa mattina non potrà che riecheggiare nelle orecchie degli universitari e degli studenti medi che alle 9,30 di questa mattina si riuniranno in Piazzale Aldo Moro a Roma, di fronte alla Sapienza per raggiungere Montecitorio dove è in discussione il ddl Gelmini.
La commedia all'italiana ci lascia dunque al buio, il suo saper tirare fuori gli artigli dalla scena è ormai opera del passato; anche se oggi continuano a moltiplicarsi le pellicole sulla commedia i grandi e famosi padri ci hanno lasciati tutti, ma non perdiamo le speranze, avremo comunque modo di andare al cinema e goderci un bel film italiano tutto da ridere e godere ma senza i bellissimi commenti e gli interventi sempre graditi dei grandi registi. La "grande abbuffata" è finita, spazio ai giovani, proprio come voleva lui e ad un giovane giornalista disse: "Il grande errore della tua e della precedente generazione è quello di voler raccontare con ostinazione un tempo che non vi appartiene. Voi avete il dovere di filmare il vostro tempo perché le generazioni future aspettano questo". Oggi il cinema è tutto un grande affare commerciale, non avremo più quella grazia spudorata simbolo degli anni '60, quella grazia che ci hanno regalato e inculcato come fosse una vera dottrina, e ci eravamo pure abituati, momenti che non torneranno più, emozioni che potremo rivivere solamente grazie alle registrazioni, dunque la veridicità abbandona il campo e lascia quel velo di fantasia che promette solamente grandi guadagni e pochi contenuti. per concludere, la commedia all'italiana non morirà mai, è troppo grande il ricordo e il persorso che hanno fatto grande questo genere cinematografico, i suoi numerosissimi titoli sono ormai patrimonio della cultura italiana e per questo che ricorderemo Monicelli e i tanti altri padri della commedia con una commozione sempre accesa, grazie a tutti per il grande insegnamento che ci avete dato e continuate a dare anche dopo la morte con le tante testimonianze, rivivremo i vostri film ancora e ancora sino a colmare quel vuoto che ci avete lasciato.
E' in uscita il nuovo album di Pino Daniele " Boogie Boogie Man" 23 novembre 2010, lo straordinario protagonista della movida nazionale partenopea e mondiale ci regala un nuovo album dalle caratteristiche anni '70. “Boogie Boogie Man” è stato realizzato insieme a una squadra di musicisti internazionali, ovvero Mel Collins al sax, Omar Hakim alla batteria, Matthew Garrison al basso e Rachel Z al piano, che hanno affiancato la band di fiducia di Pino Daniele. Segue l'uscita del disco ''Electric Jam'', pubblicato nel 2009, e del relativo tour durato oltre un anno, tra Italia ed estero: memorabile il concerto del 1 ottobre 2009 all'Apollo Theatre, tempio newyorkese della black music. Da segnalare anche la partecipazione, come unico ospite italiano, al Crossroads Guitar Festival organizzato da Eric Clapton e svoltosi il 26 giugno di quest'anno a Chicago. Duetti chiamiamoli d'onore con Mina dove si intrecciano le note dei due cantautori sulla famosissima Napule è, con Franco Battiato in Chi tene o' mare, Mario Biondi in Je so' pazz e J-Ax in Yes I Know My Way, che per l'occasione diventa Sient fa accussì: nuovo arrangiamento e testo scritto a quattro mani con l'ex frontman degli Articolo 31. Insomma un esplosione di blues che non si sentiva da un bel pò. Quelli di Pino sono già 30 anni di carriera, dal neapolitan power degli esordi al latin-blues di oggi. Pino daniele è sempre andato in cerca di collaborazioni, «di quella particolare sintonia musicale» spiega «fondamentale per esprimere le mie emozioni». «La musica diventa un incontro, un'iterazione» continua, altrimenti non ci si diverte». Una jam session permanente, con ospiti che vanno da giganti del jazz come Wayne Shorter e Chick Corea, a tutti gli idolo di casa nostra: da Fiorella Mannoia a Jovanotti, da De Gregori a Ligabue. Pino spiega: nelle sue creazioni «spesso si fanno sacrifici, si prendono dei rischi perché si va fuori dai canoni del mercato musicale, ma tutto scompare se si riesce a realizzare quello che si ha nella testa e nel cuore» e sappiamo molto bene cosa c'è nella testa di Pino Daniele: Napoli, Murolo. Ho voluto dedicare questo post a Pino Daniele affinché la sua grande passione rimanga impressa nella mia mente ancora più fortemente, il suo blues è un incrocio di culture ed emozioni, oggi questo campione scrive pezzi che sono ancora insormaontabili, la sua carriera è stata brillante, lo ricordo ancora nel complesso com James Senese e Tullio De Piscopo, sono brani che non dimenticherò facilmente, pino Daniele è il mio cantate preferito e senza ombra di dubbio il più grande chitarrista e jezzista di tutti i miei tempi, ora ancora un salto nel passato negli anni settanta con il nostro Boogie boogie man.
Il fenomeno del "Writing" oggi è sempre più diffuso, l'arte della strada che si è fatta spazio tra le critiche e gli sgomenti dei tanti luoghi dove viene esposta, oggi è diventato un vero progetto di valore, dei veri talenti questi writer che ormai espongono le loro opere sui muri e sulle strade più affollate; le sue origini risalgono agli anni settanta dove compaiono i primi "pezzi". Parliamo ora del numero uno dei graffittari, per eccellenza, il suo nome è Banksy: «L'arte richiede tanto ego ed egoismo da essere diventata una carriera per stronzi ». «Sarebbe una vergogna se l'arte di strada finisse catturata nelle vetrine di un museo». «La street-art non è come altri movimenti artistici. Non riceve sovvenzioni, né è sponsorizzata». «Non credo che l'arte sia qualcosa di speciale, è solo una parte dell'industria dell'intrattenimento». «Ciò che si considerava trasgressivo, oggi viene controllato con la lente di ingrandimento dagli agenti del mercato». Questo è Banksy. L'artista urbano più famoso di tutti i tempi. Il suo lavoro come quello di tanti altri graffitari è quello di recuperare lo spazio della strada. Le sue creazioni sono arrivate nei musei e hanno risvegliato gli appetiti dei collezionisti. Si tenta di rompere quel circolo vizioso sorto dalle tante pubblicità automatizzate usando mezzi semplici come uno spray, Banksy reclama poi l'appartenenza a quell'universo di cemento consentendo la prolificazione di una civiltà diversa. La sua visione è diventata un simbolo di libertà e espressione, ha in se un modo di denunciare la politica e il potere lanciando imbarazzanti visioni che poco preludono ad una ripacificazione ma invece ad una concentrazione di messaggi molto più di esemplari e comuni, nel 2005, si cementò con uno dei simboli dell'imbarbarimento della situazione di Gaza e Cisgiordania: il famoso muro della vergogna, la gigantesca muraglia che circonda i palestinesi con pareti alte fino a otto metri. «Forse sono più politico di altri artisti, ma questo non significa nulla, in realtà». Le sue visioni però lo hanno fatto diventare in certi versi un personaggio scomodo, la sua identità è ancora molto ambigua tanto che è ancora dubbia la sua provenienza da Bristol. Molti personaggi famosi, muniti di libretto di assegni, si sono presentati alla sua prima esposizione a Los Angeles, ciome Brad Pitt, Angelina joeli, Jude Law, Robert Downey Jr. In quell'occasioe Banksy espose un elefante completamente dipinto, un evento e un'immagine che fece il giro del mondo. L'ultimo suo lavoro, una pellicola cinematografica, ha suscitato molte controversie, Exit through the gift shop è il titolo, tutte queste ragioni mi hanno spinto a scaricare questo film da internet che mi accingo a vedere. Un documentario che riflette con flemma e tonnellate di veleno sul mercato dell'arte in genere e di quella urbana in particolare. Per quelli che vivono estranei a ricompense e lealtà fittizie, la storia è totalmente diversa: alcuni hanno cominciato a mostrare la loro rabbia accusando Banksy e compagnia di essere dei venduti e rivendicando un ritorno alle origini. Dobbiamo dire che l'arte della strada ha avuto negli ultimi decenni un totale e radicale cambiamento, una mutazione pilotata dai grandi talenti dei nostri tempi, anche il teatro è ormai diventato il sibolo della strada, proprio nel mio quartiere a Montecalvario c'è una scuola teatrale molto di strada che si chiama Nuovo Teatro Nuovo, che si pone sempre con più forza sul territorio napoletano come Centro di Cultura e Produzione Stabile, il suo intento, come quello di tante compagnie teatrali di strada è la creazione di un luogo aperto alle nuove generazioni.
SPQR stava nell'atica Roma per Senatus Populusque Romanus, detto da Bossi: Sono Porci Questi Romani, oppure detto dai romani in via del tutto umoristica e vendicativa: Sono Padani Quei Rapaci; be un bella differenza anche se goliardica e ci ripropone la Questione Romana. Il duello tra le due capitali questa volta è stato sedato con la festa organizzata a Roma con polenta, pajata e coda alla vaccinara, visti i due protagonisti: Bossi e Alemanno mostrarci il loro talento nel ingurgitare cibo in pubblico in piazza Montecitorio. Ma i romani nei circoli capitolini non ci stanno a questo ennesimo affronto e soprattutto non si sottraggono a queste minacce e ribadiscono: «I corrotti sono loro». E inoltre i quiriti romani nelle loro poche discussioni comprendono Bossi a causa della vicinanza delle nuove elezioni, ma incalzano: «A belli, quanno voi ancora vivevate nelle caverne, noi eravamo già froci!». A Nord è l'apparenza e la presunzione che conta, macchine blu con sirene sempre spianate e vetri oscurati, belle poltrone ministeriali, proprio come quella del giovane figlio (il trota) da novemila euro mensili, e gradevoli assistenti e si permettono di insinuare nuve strategie e compromessi, ma se sono vecchie e squallide quanto questo mondo. Nemmeno il pontefice Leone XII potè trovare e avviare una soluzione alla Questione Romana; adesso i signorotti vorrebbero riproporla con il loro alteriggio presentando un programma per la riqualificazione di Roma ladrona: un circuito di F1, che girerà intorno a San Pietro, così nella capitale si incotreranno nei paddock oltre che a Bernie Ecclestone, Maurizio Flammini (Manager del Gran Premio capitolino), anche papa Ratzinger, monsignor Fisichella e gli altri vescovi. Dovranno chiedere il permesso prima ad Andreotti e gli altri soci potenti che se la giocano a burraco e gym. La Lega ha comunque condiviso la legge per Roma capitale ma ancora non hanno capito cosa comporta. A Nord qualcuno comincia a chiedersi se, tra peculati, abusi d'ufficio e nepotismi, la Lega Nord non possa ormai contendere a Roma la palma di ladrona. Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso e leader della Liga Veneta, la più votata di tutto il Nord, ha detto esplicitamente: «Anche noi abbiamo una questione morale». Eh già, accusato di banda armata per le ronde verdi; dai soldi dell'ex banchiere di Lodi Fiorani al ministro Calderoli fino alle consulenze da avvocato del ministro Maroni, e giù in un disastro etico padano vario ed esteso, di cui il fondatore della liga veneta Franco Rocchetta, colloca l'inizio addirittura nel 1992. Alla commissione Bilancio della camera non siede più il topos del potere romano Paolo Cirino Pomicino, andreottiano, ma Giancarlo Giorgetti, bocconiano e bossia no . I nuovi vizi della Lega romanizzata fanno sorridere i cinici quiriti. Dunque la questione è in un certo senso ancora irrisolta, per non dire passata alla padania e suoi vizi, la vecchia Roma, non più stanca di come si chiede si domanda ancora che fine faranno i tanti buoni pressupposti se questa continua altalena porta ancora scompiglio e affanno tra le dirigenze del paese. Ognuno per conto suo vuole un paese sacrificale, per farne ancora i propri porci comodi, ognuno però ha i suoi scheletri negli armadi ed ancora si tende a chi votta a pretella e annascunn 'a manell'.
Mai si era scesi così in basso: in una gara al reciproco dileggio fatta con inedita violenza. Causa il declino, se non la scomparsa, dei valori etici.
Mai il giornalismo italiano era sceso così in basso. Un fiume di diffamazioni reciproche, di attacchi personali, di finte rivelazioni su peccati veri o presunti anche se risalenti a trenta o a cinquant'anni fa del tipo "sei stato un fascista", "hai scritto lodi di Mussolini". In questa gara al reciproco dileggio i giornalisti sembravano voler apparire più accaniti, più feroci dei loro mandanti proprietari. Il direttore del "Giornale", per dire, sembra impegnato in una gara con il proprietario di fatto Silvio Berlusconi a chi è più accanito nella diffamazione degli avversari politici. Che si tratti di un giornalismo suicida che vuole morire in mezzo ai miasmi e ai veleni che sprigiona lo capiscono tutti, anche nella parte di uno dei protagonisti del conflitto. Nicola Porro, vicedirettore del "Giornale", ha detto in televisione: il "Giornale" parte ogni mattino con due condizionamenti pesantissimi, uno di essere il giornale del padrone, l'altro di avere un direttore che appena sveglio pensa a quali argomenti trovare per aumentare il numero dei lettori. È una descrizione perfetta di ciò che non bisogna fare nel buon giornalismo. Il padrone che usa il giornale anche per i bassi affari, per i mediocri conflitti della lotta politica, e il direttore che cerca gli argomenti scandalosi che piacciono ai lettori non possono ignorare che così si fa del giornalismo giallo, non del buon giornalismo.
Il direttore editoriale del "Giornale" Vittorio Feltri non perde occasione per ricordare che con il suo modo di fare informazione ha diminuito i debiti e aumentato la vendita, ma ha fatto un giornale dichiaratamente fazioso, dichiaratamente punitivo degli avversari politici del suo padrone, un giornale che incute paura. Neppure negli anni della guerra fredda, dello scontro frontale con il comunismo staliniano si era arrivati a una simile violenza. Di De Gasperi, il leader democristiano, si scriveva al massimo che era un austriacante, un deputato di Trento al Parlamento viennese, di Togliatti che era l'uomo di Stalin, ma si rispettava la sua vita privata, la sua separazione dalla moglie, la sua relazione con la Iotti.
Allora io facevo un giornalismo di inchiesta che suscitava scandalo presso i conservatori, ma scrivendo della famiglia del re del cemento Pesenti non andavo più in là dal rivelare che in casa chiudeva il frigorifero con un lucchetto e si faceva pagare l'usura come dagli amici cui imprestava l'automobile. Ma si dice: Berlusconi è stato sottoposto dalla stampa di sinistra a una persecuzione inaudita, a migliaia di attacchi, a volte di calunnie. Sì, ma come risposta a una sua ostilità senza precedenti verso la democrazia italiana, verso la magistratura, ad una sovraesposizione dei suoi piaceri e dei suoi amorazzi. Ma c'è sempre una ragione più profonda. Questa durezza polemica, questo colpire l'avversario senza esclusione di colpi derivano anche dal cambiamento della società e dal declino, se non dalla scomparsa, dei valori etici. Nel mondo industrializzato dopo la seconda guerra mondiale valori come l'onore, la fedeltà, il buon nome, la rispettabilità si sono affievoliti sino a scomparire, sostituiti da un unico dominante valore: il denaro-potere, la ricchezza che ti mette al di sopra delle leggi e dei giudizi. Chi fa bancarotta non si toglie più la vita per la vergogna, i colpevoli dei fallimenti dolosi non si nascondono ma continuano a godere dei privilegi della ricchezza. In questo deserto degli antichi valori, in questa società dell'homo homini lupus non ci sono più limiti al generale massacro. (Giorgio Bocca)
Mi domando io ma ce li avrà oppure no i coglioni Obama? E allora fermiamo questa orda di repubblicani che massacrano il testamento di un premio Nobel, massacrano il diritto di un uomo a governare il proprio Paese in piena autonomia. Se è salito al potere un certo Obama ce ne sarà un motivo, lui tenta una politica bipatisan, molti la reputano un errore ma io sono sicuro che le capacità di un individuo e soprattutto di un Presidente vanno al di là di un semplice approccio di sinistra o di destra, un po come il nostro buon Napolitano. Un errore c'è ma è da reputare alquanto scontato, Obama nei suoi discorsi si è rivolto all'America intera, il suo grande carisma lo ha spinto a voler accontentare anche la minoranza del popolo, un Presidente deve rimanere imparziale, qualunque sia il prezzo da pagare, non si possono prendere le parti di alcune fasce e scontentarne delle altre, un errore che Roosevelt non ha mai commesso a costo di essere odiato, e Kennedy chiamò addirittura figli di puttana gli industriali dell'acciaio che avevano arbritariamente alzato i prezzi. Non dimentichiamo che Obama ha salvato la finanza Americana, proprio lo scorso 2008, ma la finanza ha scelto, stile Tea Party, che c'è di meglio dell'aiuto di Stato. Allora perchè questo presidente è stato così facilmente sconfitto? Sul New York Times di martedì Roger Cohen, uno dei più interessanti commentatori americani, descrive così Obama: “Tutta testa e poca emozione. Ma il voto è emozione”. “Soprattutto – aggiunge – la maggior parte degli elettori e la maggior parte di coloro che lo hanno votato (due anni fa), non saprebbero dire subito e con una battuta: su questo Obama è a favore, su questo Obama è contrario”. Si è diffusa poi la voce che Obama vive una vita sentimentale e familiare troppo felice per riuscire a farsi carico di un paese e del suo sogno: il sogno americano. Ques ta sconfitta è stata studiata, secondo il mio modesto parere, agli estremisti di destra si sono aggiunti anche quelli di sinistra soffocandolo, loro vogliono tutto di Wall Street, delle assicurazioni, delle condanne a morte e le fabbriche, insomma hanno avuto paura, ancora una volta, che il potere potesse essere tolto dalle mani dei ricchi. Per questo Obama ha subito una pesante sconfitta, ma non del tutto dato che il prossimo 2012 ci saranno nuovamente le primarie. Dunque un destino che sembra segnato questo di Obama, ma il suo carattere è molto più forte di una sconfitta, il Presidente americano ha dimostrato in più di una occasione di essere all'altezza della situazione e anche dell'opinione pubblica, con la riforma della Sanità, e come abbiamo già detto, con il salvataggio di Wall Street. Dunque Obama deve continuare per la sua strada che ormai si è fatta più fervida ora che gli elettori lo hanno abbandonato, deve ritrovare la passione e la mobilitazione che lo hanno reso tale nel 2008 evitandi scontri diretti e soprattutto manovre politiche interne che lo penalizzerebbero, per il resto resta sempre il nostro Presidente nero Barack Obama.
Anche nelle scuole andrebbe praticata una "attribuzione mobile", cambiando di autore (e di prospettiva) ogni volta, e leggere un "Fratelli Karamazov" di Nietzsche e una "Montagna incantata" di Flaubert.
Nel 2007 avevo recensito in questa Bustina "Come parlare di un libro senza averlo mai letto" di Pierre Bayard, ammettendo che, anche se provocatorio, il suo discorso raccontava quello che accade esattamente ad ogni persona colta, in grado di parlare di cose non lette, perché nessuno può umanamente aver letto tutto. L'anno dopo ritornavo su Bayard che intanto aveva pubblicato "Il caso del mastino dei Baskerville" dove, psicoanalizzando punti oscuri del testo di Arthur Conan Doyle, cercava di mostrare come un lettore avesse il diritto di ritenere significative molte ambiguità o reticenze (come fanno del resto gli psicoanalisti) e di concluderne che Sherlock Holmes si era sbagliato nel risolvere il mistero. Questo secondo libro era, secondo me, meno persuasivo del primo, ma certamente ugualmente gustoso.
Ma Bayard non demorde e - dopo un altro libretto su come migliorare le opere mal riuscite - ci offre ora questo "Et si les oeuvres changeaient d'auteur?" (Parigi, Minuit). È evidente che il libro è in debito con Borges, il quale aveva immaginato la storia di Pierre Menard che aveva riscritto il "Don Chisciotte" tale e quale lo aveva scritto Cervantes, salvo che letto come opera di un contemporaneo, quel libro acquistava tutt'altro significato. Non sempre il gioco riesce, perché Borges aveva anche proposto di leggere la "Imitazione di Cristo" come se fosse stata scritta da Céline, e io una volta ci avevo provato, rilevando che per una decina di righe la cosa poteva funzionare, ma alla fine la faccenda s'inceppava. Ora Bayard oscilla tra varie opzioni. Da un lato si occupa della creazione di autori immaginari che probabilmente non sono quelli veri (tipico il caso di Shakespeare che forse non era Shakespeare ma, suggerisco io, soltanto un signore che si faceva chiamare Shakespeare: però è ovvio che, chiunque fosse, noi abbiano oggi l'immagine di un autore che è quello che ha scritto le opere di Shakespeare e il resto è pettegolezzo erudito).
Il secondo problema è quello di autori che si sono creati mediante pseudonimo un doppio, ed è interessante l'analisi di un Boris Vian che si fa passare non solo per un altro, ma per un americano (Vernon Sullivan) e crea così un doppio cambiamento di prospettiva. Peccato che Bayard non consideri il caso Pessoa coi suoi pseudonimi ed eteronimi. Il terzo caso è quello dei plagi per anticipazione, e gustosissimo è il capitolo riservato a Lewis Carroll come autore profondamente influenzato dai surrealisti e da Joyce; procedimento che diventa correttissimo se si ribalta la prospettiva e ci si domanda se e quanto i surrealisti e Joyce siano stati influenzati da Carroll (ma ammetto che così diventa meno divertente). Vediamo ora i capitoli dedicati al cambio completo di autore e addirittura di arte (come quando Bayard considera "L'urlo", quello di Munch, come opera musicale di Schumann). Sin dall'inizio Bayard discute con molta serietà una ipotesi già avanzata da Samuel Butler, e cioè come si possa rileggere la "Odissea" pensando che sia stata scritta da una donna (e pensate al ruolo che le donne vi hanno, mentre certamente la "Iliade" è storia alquanto maschilista). Così siamo invitati a rileggere "Lo straniero" di Camus come se fosse di Kafka, "Via col vento" come dovuto a Tolstoi e (esercizio raffinatissimo) i "Sette pilastri della saggezza" di D. H. Lawrence, rispetto a "L'amante di Lady Chatterley" di T. E. Lawrence. Appassionante "L'incrociatore Potemkin" come film di Hitchcock, ma il pezzo di bravura più riuscito di tutto questo libretto è "L'etica" di Spinoza attribuito a Freud.
Io, or sono cinquant'anni, mi ero divertito a rileggere i "Promessi sposi" come se fosse di Joyce, ma l'avevo fatto per parodiare alcune tendenze della critica americana di quei tempi, intesa a trovare simboli e allusioni ultraviolette dappertutto. Il mio esercizio non mirava a capire meglio né Manzoni né Joyce, anzi, stravolgeva entrambi. Invece Bayard seriamente ritiene che questi cambi di prospettiva aiutino a vedere le opere sotto punti di vista sorprendenti e fecondi. (di Umberto Eco)
Trenitalia e Alitalia sono le due compagnie bandiera italiane, grandissimi investimenti e pochi risultati, sono le due compagnie più care del paese e anche le meno efficienti d'Europa; solamente le ferrovie dello Stato sono finanziate sei miliardi di euro di denaro pubblico all'anno allo scopo di continuare a torturare i pendolari. Per non parlare poi del progetto Tav che ha sctenato una vera e propria rivoluzione, questo progetto prevede un collegamento tra Torino e Lione per permettere il passaggio di merci tra l'Italia e la Francia che altrimenti estrometterebbe il Piemonte dal commercio europeo. Ma il traffico di merci, osservando i grafici è decisamente scarso e addirittura in calo, ma questo non è tutto, questa linea costerebbe allo stato la esorbitante cifra di circa 20 mld di euro, è un debito che andrebbero a pagare addirittura i nostri nipoti. Pensate che la manovra finanziaria di Prodi raggiungeva una cifra molto inferiore. Questo è il sito dove ogni giorno si combatte una guerra per il NO TAV: No TAV Torino Questi progetti faraonici indeboliscono ulteriromente le casse dello Stato riducendoci sempre più ad un popolo di migratori, dovrebbero invece tagliare questi sprechi e permettere ad altri investitori di prendere il controllo, ne gioverebbe l'economia e il governo. L'Alitalia poi con le sue Cordate ha messo in ginocchio tutti piani regolatori per permettere la sua sopravvivenza. Ricordiamo l'ultima vicenda in cui si sperava in un aiuto di AirFrance che non è mai arrivato. Una notizia fresca fresca risale agli ultimi giorni, l'ex-presidente della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, è stato multato di 400.000 euro dalla Consob per aver falsamente accreditato l'esistenza di una cordata di imprenditori per rilevare la compagnia aerea Alitalia. Confermato l'ennesimo discredito sulle massime istituzioni del nostro Paese. Le perdite però sono state dimezzate nell'ultimo anno il 2010 è costato 160 mln di euro. Ma oltre alle spese, agli ivestimenti dobbiamo tener conto che molti dei nostri soldi vanno nelle tasche di giovani autisti promossi manager, ex fidanzate ed ex segretarie promosse a posti di dirigenza, galoppini elettorali e parenti falliti premiati con consulenze e stipendi faraonici. Sono questi i veri scandali della casta, non le auto blu o i progetti falliti, oppure le indennità degli assessori comunali. Questa grande industria dei fannulloni dove si scambiano merci troppo care per noi semplici cittadini e destinata al fallimento. Il fallimento di una scommessa, un diritto inesistente, un falso inequivocabile, quindi molto prevedibile, noi non saremo complici di questo complotto meschino avremo ancora tutte le capacità e la caparbietà di opporci a questo squallido sistema.
Oggi in Italia si contano circa 230 mila cavalieri, ormai è diventata una folle corsa verso la proclamazione a Cavaliere di Gran Croce tanto che Napolitano ha dovuto metterci un freno ed è scoppiata la polemica, tutti vogliono portare la loro croce. Lo trova odioso anche il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, le cosiddette onoreficenze facili. Dunque l'ennesimo taglio di Napolitano, questa volta inferto alla pletora dei cavalieri, ufficiali, commendatori, grandi ufficiali e cavalieri di gran croce: i cinque gradi in cui è distinto l'Ordine al merito della Repubblica. Napolitano: «E' giusto che le istituzioni ricompensino le benemerenze acquisite verso la Nazione», parole sante. Fra i riconoscimenti che Napolitano ha conferito con più orgoglio quest'anno è il titolo di grand'ufficiale per Rosa Oliva, che ricorrendo in via giudiziaria contro l'esclusione della nomina a prefetto nel 1960 ha aperto alle donne le porte di una carriera negli uffici pubblici. Molti professionisti inseguono questo riconoscimento fino a farsene una malattia, le lettere che arrivano al Colle sono almeno il doppio di quelle onoreficenze poi assegnate. E in molti casi si tratta di autopromozioni, intere categorie pressano per ottenere riconoscimenti ad hoc. Era giunta l'ora ti stringere la cinghia per Napolitano, ed ecco la direttiva che ridimensiona il pacchetto di proposte all'ordine al merito di competenza della Presidenza del Consiglio. Ed ecco anche la decisione, da parte del Presidente della Repubblica, di ridurre le onoreficenze assegnate motu proprio: sarebbero un quidicesimo e Napolitano è rimasto ben sotto la soglia con 199 concesse al di sotto delle 400 consentite. Dunque anche le Regioni hanno istituito una forma di onoreficenza per i cittadini meritevoli, un gran passo avanti verso una autonomia. Chi merita davvero una croce sul petto sarà sicuramente cavaliere benemerito e come tale avrà tutto il dovere di far rispettare il valore acquisito grazie anche alla sua grande dedizione alla Repubblica, un valore che non ha scadenza ma che anzi si rinnova di anno in anno. Un giorno quando sarò Cavaliere di Gran Croce sarete informati tramite i miei Blog, per ora accontentiamoci di una nomina a commentatori. Tra i benemeriti del lavoro troviamo il patron della mozzarella Sebastiano Pitruzzello che vuole addirittura farsi ereggere una statua nel suo paese, e chi la negherà mai ad un cavaliere? Ricordate l'emozione della nomina di Roberto Benigni, ebbene quest'uomo ha davvero saputo tenere alto il nome dello Stato e del popolo, ha saputo comunicare i veri valori, con tutte le sue pellicole, di un paese che lo incorona cavaliere, chi più meritato di lui, e poi se Benigni è riuscito ad avere una tale onoreficenza perché non noi, ci stò quasi mettendo il pensiero. Un comico che ha fatto della cultura, della risata una forma di religione, della tragedia e della rovina una vera speranza. «Cavaliere si nasce ed io lo nacqui».
Mobilitazione per Sakineh Ashtiani, silenzio per Teresa Lewis. Ma se i nostri pensieri non fossero torbidi dovremmo dire che non si deve ammazzare nessuno, neppure in modo indolore.
Da pochi giorni, in Virginia, Teresa Lewis è stata uccisa con una iniezione letale, e nessuno è andato in prigione perché questa signora era stata legittimamente condannata a morte. Aveva tentato di ammazzare marito e figlio adottivo, e lo aveva fatto senza permesso. Coloro che l'hanno uccisa lo hanno invece fatto col consenso delle autorità. Per cui bisognerebbe riformulare il quinto comandamento come "Non ammazzare senza permesso". In fondo da secoli benediciamo le bandiere dei soldati che, inviati alla guerra, hanno licenza di uccidere, come James Bond.
Ora pare che Ahmadinejad, il quale sta per far lapidare una donna (se non l'avrà già fatto quando leggerete questa bustina) abbia reagito agli appelli, arrivati dall'Occidente, dicendo: "Vi lamentate perché noi vogliamo ammazzare legalmente una donna iraniana, mentre ammazzate legalmente una donna americana"? Naturalmente gli è stato obiettato che la donna americana aveva cercato di uccidere suo marito, mentre l'iraniana lo ha solo cornificato. E che l'americana è stata uccisa in modo indolore, mentre l'iraniana sarebbe uccisa in modo dolorosissimo. Però una risposta del genere verrebbe a sottintendere due cose: che è giusto ammazzare un'assassina mentre per un'adultera basterebbe una separazione legale senza alimenti; e che si può ammazzare secondo la legge purché in modo poco doloroso. Mentre quello che si dovrebbe invece sostenere, se i nostri pensieri non fossero torbidi, è che non si deve ammazzare neppure un'assassina, e non si deve ammazzare neppure per legge e neppure se l'esecuzione è poco dolorosa, persino se avvenisse iniettando una droga che procura uno sballo delizioso. Come reagire se paesi poco democratici chiedono a noi cittadini di paesi democratici di non occuparci delle pene di morte loro visto che abbiamo le pene di morte nostre?
La situazione è molto imbarazzante e mi piacerebbe anzi sapere se il numero degli occidentali, tra cui addirittura una first lady francese, che hanno protestato contro la pena di morte iraniana hanno anche protestato contro la pena di morte americana. A naso direi di no, perché di condanne a morte negli Stati Uniti, per non dire della Cina, ce ne sono moltissime e ci abbiamo fatto il callo, mentre è naturale che l'idea di una donna massacrata a colpi di pietra faccia più effetto. Mi rendo conto che quando mi hanno chiesto di dare una firma per impedire la lapidazione dell'iraniana l'ho subito fatto, ma mi era sfuggito che nel frattempo stavano ammazzando una virginiana.
Avremmo ugualmente protestato se la donna iraniana fosse stata condannata a una pacifica iniezione letale? Ci indigniamo per la lapidazione o per la morte inflitta a chi non ha violato il quinto bensì solo il sesto comandamento? Non so, è che le nostre reazioni sono sovente istintive e irrazionali. In agosto era apparso su Internet un sito dove si insegnavano vari modi per cucinare un gatto. Scherzo o cosa seria che fosse, tutti gli animalisti del mondo erano insorti. Io sono un devoto del gatto (uno dei pochi esseri viventi che non si lascia sfruttare dal proprio padrone ma al contrario lo sfrutta con cinismo olimpico, e la cui affezione alla casa prefigura una forma di patriottismo) e pertanto rifuggirei con orrore da uno stufato di gatto. Però trovo egualmente grazioso, anche se forse meno intelligente, il coniglio, eppure lo mangio senza riserve mentali. Mi scandalizzo vedendo le case cinesi dove i cani girano in libertà, magari giocando coi bambini, e tutti sanno che saranno mangiati a fine anno, ma nelle nostre fattorie si aggirano i maiali, che mi dicono siano animali intelligentissimi, e nessuno si preoccupa che ne debbano nascere prosciutti. Che cosa ci induce a giudicare certi animali immangiabili, altri protetti da una loro caratteristica quasi antropomorfa, e altri mangiabilissimi, come i vitellini di latte e gli agnellini che pure da vivi ci ispirano tanta tenerezza?
Siamo veramente (noi) animali stranissimi, capaci di grandi amori e spaventosi cinismi, pronti a proteggere un pesciolino rosso e a far bollire viva un'aragosta, a schiacciare senza rimorsi un millepiedi ma a giudicare barbara l'uccisione di una farfalla. Così usiamo due pesi e due misure per due condanne a morte, ovvero ci scandalizziamo per una e facciamo finta di non sapere dell'altra. Certe volte si è tentati di dar ragione a Cioran, e ritenere che la creazione, sfuggita dalle mani di Dio, sia dipesa da un Demiurgo maldestro e pasticcione, forse un poco alcolizzato, che si era messo al lavoro con idee molto confuse. (Umberto Eco)
Il nostro Guardasigilli è uno dei figli di buona donna più popolari della nostra rete, del Governo e dell'itera nazione, la sua popolarità nei social e su Twitter e nel sito di Angelino Alfano non è delle più affluenti eppure i suoi discorsi, i suoi interventi sono sepre molto accesi, vivaci e sentiti. La sua è una vera regola, quella del fare, come vorrebbe davvero il Presidente Berlusconi. «La Costituzione ci impone di collaborare, pena la paralisi del sistema e l'inefficienza resa al cittadino». Il suo lavoro oggi è di grande iportanza, le questioni che affronta ogni giorno sono vitali: Mafie, Province, Politica, Giustizia, Istituzioni, Lodo. E parliamo proprio di questo benedetto Lodo Alfano, il vero nocciolo della questione che da mesi irrompe nelle nostre vite dedite al rispetto della Legge. Vorrei essere molto chiaro a me questo Lodo non piace affatto, il Processo Breve garantirebbe un tempo minore per giudicare un reato, ma garantirebbe però anche una via di fuga ulteriore al latitante. Con l'estinzione del reato si formeranno nuovi gruppi di criminalità che centreranno i loro sporchi traffici proprio su questo disegno di legge. Il Lodo: «Rafforzerà le autonomie della Magistratura», «Decideranno i cittadini, non Bersani», «La commissione valuti con ponderazione, una riflessione sulla reiterabilità è di buon senso», «Nessuna marcia indietro, solo buon senso», sono queste le varie affermazioni del Ministro a proposito. C'è da precisare che ci sono ancora forti dubbi sull'attuazione del Lodo, lo stesso Napolitano dichiara: «Irragionevole, riduce l'indipendenza». E credo che al Presidente non si smentisce nulla anzi dobbiamo prendere bene in considerazione le sue parole per avere una visione più chiara dell'argomento in questione; non mi va giù il fatto che criminali, assassini, spacciatori, stupratori possano beneficiare di questo processo breve per eludere ed evadere la Legge. Posso allora ben capire che le alte cariche dello Stato abbiano bisogno di una immuntà, dato anche il fatto delle tante pene ancora pendenti a loro carico ma farne beneficiare anche comuni criminali è troppo. Di seguito vi riporto una intervista al Guardasigilli fonte Corriere della Sera, vi auguro un buon proseguimento di lettura:
L'intervista - Il ministro: combatteremo con tutte le forze l'idea di un esecutivo tecnico
Alfano: giustizia prova del fuoco
La riforma avrà il sì dei finiani
«Questo governo è politico, solo a Berlusconi riconosciamo la leadership»
ROMA - Ieri non è stata una giornata qualunque per il ministro della Giustizia Angelino Alfano.
Allora ministro questa riforma si fa o non si fa? Sono quattordici anni che se ne parla...
«La riforma costituzionale della giustizia, rappresenta con gli altri quattro punti programmatici, la rotta e, al tempo stesso, la prova del fuoco per la coalizione».
In pratica cosa avverrà?
«L'ha detto Berlusconi: cinque punti in cinque consigli dei ministri. Il primo, il federalismo fiscale è già stato approvato».
La giustizia quando, se non venerdì prossimo, il 22 ottobre?
«Entro il quinto consiglio. Dobbiamo scriverla bene, perché è l'unico punto del programma che tocca la Costituzione. Una settimana in piùo in meno, dopo quattordici anni, non è un problema. Ma il governo Berlusconi sarà il primo a consegnarla al Parlamento, nero su bianco, dopo tanti convegni, seminari ed interviste».
Fini su questa riforma avrebbe minacciato addirittura l'appoggio esterno...
«Si tratta di retroscena. Credo che sia un buon metodo non affidarsi a quello che sostengono i retroscena, ma alle dichiarazioni ufficiali. Stiamo a quelle: i finiani sono in Fli e al tempo stesso a sostegno del governo, eletti con il nostro stesso simbolo "Berlusconi presidente"».
I futuristi in ogni caso attendono con ansia i testi, le bozze della riforma, quando gliele darete?
«Siamo in dirittura di arrivo».
Ma se alla fine dicessero di no?
«Sono convinto che Fini e i suoi la voteranno e la riforma passerà».
Quando lei è salito al Colle, mercoledì scorso, con il capo dello Stato come è andata?
«Il presidente della Repubblica ascolta sempre con attenzione ed è un riferimento di saggezza. Il nostro punto di forza è che abbiamo sempre propugnato queste idee. Ormai siamo a metà legislatura e abbiamo un tempo congruo davanti, per l'approvazione delle quattro letture conformi, necessarie per la modifica costituzionale. In ogni caso la riforma non ha alcun intento punitivo nei confronti della magistratura. Noi vogliamo l'autonomia e l'indipendenza dei pubblici ministeri e dei giudici, dei magistrati requirenti e di quelli giudicanti, cioè della magistratura nel suo insieme».
Ma Berlusconi ha accusato i magistrati di essere un'associazione sovversiva, come si fa a fare una riforma con questo clima?
«Noi non intendiamo riformare i magistrati ma intendiamo riformare la giustizia e garantire il suo buon funzionamento».
Adesso poi c'è l'invito a comparire nei confronti di Berlusconi della Procura di Roma: condizionerà i vostri piani?
«Nulla cambia rispetto al percorso parlamentare già previsto e che ha avuto un compimento con una larga fiducia parlamentare ottenuta dal presidente del Consiglio a fine settembre».
Prima della sentenza della Consulta, modificherete la legge sul legittimo impedimento, per evitare che lo «scudo» attuale si possa dissolvere con la sentenza?
«No, noi non stiamo lavorando a modifiche al legittimo impedimento e abbiamo fiducia nella Corte».
E il processo breve che fine farà?
«Per ora stiamo lavorando alla riforma costituzionale».
Altro punto dolente per il presidente della Camera, la legge elettorale. Fini ha cercato di agire sul doppio piano: politico (riforma del porcellum) e istituzionale (contro il Senato che sta già esaminando le proposte di modifica)...
«La riforma elettorale può servire a meglio rappresentare il popolo e a far funzionare meglio le istituzioni democratiche: se viene agitata come una clava contro il governo non si può chiedere al governo di acconsentire».
Si invoca un governo tecnico per cambiare legge elettorale...
«Noi combatteremo con tutte le nostre forze il tentativo di rendere irrilevante il parere del popolo e di rimettere in mano ai partiti la scelta del governo, andando a votare senza sapere quali saranno le alleanze e chi sarà il presidente del Consiglio, allentando il bipolarismo. E poi c'è un'aperta contraddizione: non si può affidare ad un governo tecnico la scelta più politica che ci sia, cioè la legge elettorale».
E se nonostante tutto, ci fossero i numeri in Parlamento, per il governo tecnico?
«Vorrei proprio vederli questi numeri! Un conto sono le chiacchiere e altra èla realtàComunque, non sarebbe una bella scena veder nascere un governo di chi ha perso le elezioni con l'aggiunta di qualche transfuga, per riscrivere fondamentali regole del gioco, patrimonio di tutti».
C'è chi sostiene che il governo tecnico c'è già. Ed è rappresentato da Tremonti. Lei che ne pensa?
«Il governo Berlusconi èun governo politico e Tremonti si occupa insieme al presidente del Consiglio della politica economica che viene fatta con i numeri dell'economia che entrambi conoscono. I governi sono di chi vince e Berlusconi oltre ai voti ha un carisma riconosciuto e una straordinaria capacitàdi fare il capitano della sua squadra: noi tutti riconosciamo questa leadership solo a lui».
Berlusconi ha detto che il governo fin qui ha fatto bene, e che il problema è il Pdl, cioè per il partito ci vuole un coordinatore unico?
«Berlusconi si riferiva alla logorante polemica interna al pdl che poi ha portato alla nascita di Fli, i coordinatori devono andare avanti e già mercoledì si svolgerà un ufficio di presidenza cherilancerà il partito su tutto territorio».
Nuove minacce di morte le sono giunte da parte della mafia...
«Me ne arrivano con grande frequenza, ma la lotta alla mafia è un credo quasi ideologico del mio agire politico. Tra breve presenterò un rapporto pubblico sullo stato di attuazione del 41 bis e sulle sue modalità applicative, perché serva da esempio ai giovani vedere come lo Stato è vincente e i boss perdenti e al carcere duro».
Maria Antonietta Calabrò
17 ottobre 2010
Corriere della Sera
Gli sono giunte centinaia di attestazioni di solidarietà quando si è saputo di due nuove minacce di morte da parte della mafia a causa del regime del 41 bis. Ma Alfano va avanti per la sua strada sulla lotta alla mafia e insieme sulla riforma della giustizia.
Gli italiani emergono nei momenti difficili. Però nei giorni di pace e abbondanza mostrano differenze abissali. E non sai dire se gli toccheranno tempi felici o nuove sventure.
Chi sono gli italiani? Esistono gli italiani come nazione diversa dalle altre, riconoscibile fra le altre per i suoi difetti e le sue virtù? A volte la conferma della loro esistenza è di un'evidenza lampante. Basta, per dire, passare il confine fra il Trentino e l'Alto Adige per capire che si è in mondi diversi, fra popoli diversi per lingua, costumi, senso geometrico del paesaggio, disegno dei campi, dei boschi, dei campanili, delle case, delle stufe, dei prosciutti, dei Cristi in croce, dei tabernacoli, del pane, di tutto. E se non sai di preciso che sono gli italiani come puoi rispondere sul loro futuro, predire le loro sorti sociali e politiche? Tu sei uno di quelli che credono nella vitalità, nel futuro, nella salvezza degli italiani. Ma perché ci credi? Per un forte senso di appartenenza, di solidarietà, di affinità? O per qualcosa di più generico e indefinibile come "lo stellone", la protezione divina accordata a questo popolo nel bene come nel male, nella buona come nella avversa fortuna?
Hai dato a questa rubrica di giornale il titolo "L'Antitaliano", per dire l'italiano diverso da quello che il nazista Goebbels chiamava con disprezzo "un popolo di camerieri e di zingari", o Lamartine "un'espressione geografica", o Mussolini "un popolo che è inutile governare". Milioni di persone della stessa lingua, per cui "il sì suona" ma incapaci, messi assieme, di diventare società, Stato. E poi nelle tue recenti memorie passano gli italiani opposti, i montanari, i contadini, gli umili che durante la guerra stavano con te partigiano, anche se sapevano che le loro case sarebbero state incendiate e loro uccisi o deportati. Chi sono gli italiani? Quelli che hai conosciuto e stimato per gli imperativi etici, i Bobbio, i Gobetti, i Foa, quelli che scrivevano le lettere dei condannati a morte, e i montanari come il taglialegna Marella, che ti offriva il suo vino mentre la sua casa bruciava e diceva: "Un errore i nazisti lo fanno sempre, mi hanno bruciato la casa, mi hanno rubato le bestie, adesso non mi resta che combatterli fino alla fine".
Dicono, ed è vero, che gli italiani danno il meglio di sé nei giorni difficili. Danno, ad essere più esatti, quello che non ti aspetti, dati i loro usi e costumi abituali . Per cui, come per improvviso miracolo, lo stesso che era pronto a ucciderti, a venderti per un interesse banale in difesa della "roba", di una gallina, di un frutto ora è pronto a perdere tutto, la vita compresa, contro l'occupante. E più erano italiani umili, poveri, abbandonati, più erano generosi, più si privavano del poco che avevano per aiutarti, durante i rastrellamenti ti ospitavano nonostante le minacce di fucilazione.
In questa nazione che chiamano italiana, in questo popolo che abita la Penisola "ch'Appennin parte, e 'l mar circonda et l'Alpe" ci sono, specie nei giorni di pace e di abbondanza, differenze abissali, caricaturali tra gli italiani. I faccendieri amici dei politici al potere, i cortigiani dei ducetti di turno, gli amministratori della furbizia e dell'inganno che appaiono in televisione e sui giornali con il loro seguito di escort e di profilattici, nelle loro ville comprate con i soldi dello Stato, fra i loro legulei pronti a tutto, fra i faccendieri nati per frodare, che potrebbero fare professioni oneste ma sono attratti irresistibilmente dalle truffe e dai lenocini, insomma la scoperta che il peccato originale e il demonio non sono un'invenzione dei preti, ma la realtà incancellabile del mondo.
E se allora qualcuno ti chiede che ne sarà degli italiani, se li aspettano tempi felici o nuove sventure non sai bene cosa rispondere, ti rivolgi anche tu allo stellone che dovrebbe proteggerci. Ma perché poi? (Giorgio Bocca)
Come potevamo dimenticarci del campione brasiliano, 70 (settanta) anni tutti d'oro per Pelé, Edison Arantes do Nascimiento per gli amici. Figlio dell'ex calciatore Dondinho, Pelé fu inizialmente soprannominato Dico, ha cominciato la sua carriera da calciatore pulendo scarpe, la povertà della sua famiglia era tale che si allenava con calzini e stracci riempiti con carta e pompelmi. La sua prima squadra era il Bauru, ma fu notato da Waldemar de Brito che all'età di quindici anni lo ospitò nel Santos, da li la sua grandie carriera da calciatore ma soprattutto da campione. Sono in corso in Brasile le preparazioni per un Carnevale fuori stagione; se il calcio non si fosse chiamato così si sarebbe chiamato Pelé, espressione condivisa da 200 milioni di brasiliani e da Jorge Amado. Nato a Tres Coracoes il 23 ottobre 1940 era destinato a diventare il più grande calciatore di tutti i tempi, secondo solo al grande Diego Maradona. Pelé secondo i brasiliani è la prova dell'immortalità.
Ormai è su tutti i siti di blogger italiani e stanieri, il nostro Grillo che con la sua campagna del Movimento a Cinque Stelle ha invaso completamente tutto il territorio italiano, la nuova rivelazione, la nuova rivoluzione è lui: Beppe Grillo. E dire che ha cominciato come comico, ora tocca argomenti di grande importanza e di grande natura: acqua pubblica, finanziamenti occulti, energia, cemento zero; non parliamo del passato, il Grillo ha fondato un movimento politico al di sopra di tutte le ciancierie, il suo partito vola alto e non ha nessuna intenzione di scendere a compromessi. Il suo programma è chiaro, sono gli altri che non li rispettano, questi politici mascalzoni che ci riempiono le testa di vuoto, dovrebbero imparare da noi grillini cosa davvero vogliamo dalle nuove generazioni e anche dalle vecchie: politica e non debiti. La Lega era partita alla grandissima, era radicata sul territorio, Bossi diceva delle cose sensate, si sono poi persi nella Padania, dovremmo allora fare i nuovi Stati Uniti d'Italia. Il loro federalismo fiscale non si capisce eppure riguarderà 60,000,000 di persone, non è riuscito ad andare oltre la quattordicesima pagina, poco chiaro. Togliamo i nostri soldi alla politica, e come non dargli ragione, ormai spendono cifre da capogiro per elargirci un servizio che fa acqua da tutte le parti, il Grillo ha proprio ragione, tagliamo tutti questi sprechi. Il pubblico deve impadronirsi di questa economia e renderla Sociale. Basta chiedere altri sacrifici agli italiani, il movimento di Grillo ha le carte in tavola per sollevarci da tutte questa melma, io personamlemente non gli ho ancora dato il mio voto ma se dovesse continuare in questo modo, con grandi conversazioni, con grandi piaceri, con grandi iniziative non esiterò a darglielo; in Campania si è mosso qualcosa, è stato accolto l'appello di Grillo con entusiasmo, tanto che una delegazione di Meetup campani è volata a Milano per partecipare all'incontro e dare il via alla nascita del Movimento Nazionale a Cinque Stelle quello ufficiale. Centinaia di persone già stanno lavorando in rete, liberamente e gratuitamente, ad un progetto di cambiamento che fino a qualche anno fa era qualcosa di impensabile e, invece, oggi è possibile. Lo scambio di esperienze, di professionalità, di arricchimento umano e culturale sta creando il nostro programma. La rete giorno per giorno cresce in idee, in libertà, in progetti concreti e con essa il MoVimento Cinque stelle Campania. Grillo porta avanti una nuova idea politica, una politica ben distante dagli schemi degli attuali partiti, in cui l'etica diventa un punto centrale e imprescindibile, la base comune da cui partire. risponde a questa nuova idea di politica, incentrata sui principi etici, anche la "campagna elettorale a basso costo", finanziata attraverso donazioni spontanee, la campagna Movimento a Cinque Stelle punta soprattutto sull'utilizzo della rete, in questa "campagna elettorale low cost" trovano spazio anche tutte quelle forme alternative di pubblicità e di modi per veicolare messaggi, dando spazio alla creatività e all'originalità, attualmente molto in voga anche all'estero. Un esempio di questi è rappresentato dal "flash mob", un evento in cui un gruppo di persone si riunisce all'improvviso in uno spazio pubblico, mettendo in pratica un'azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi. Un modo economico, ecologico e divertente per far incuriosire i passanti e per veicolare i temi del MoVimento. Dunque Grillo ha il suo dafarsi, siamo tutti curiosi di come andrà a finire questa bella storia, certo l'entusiasmo di quest'uomo è grande anche se viene troppe volte smantellato da questa politica malsana che ci costringe a riforme sempre più drastiche e occulte, la chiarezza del Grillo avrà i suoi risultati, io appoggio il suo movimento e gli tendo una mano, fate anche voi altrettanto.
Buon compleanno Diego Armando Maradona che il prossimo 30 ottobre compie la bellezza di 50 (cinquanta) anni, un nuovo traguardo per il nostro Pibe de Oro. Nel mezzo del cammin della sua vita siamo tutti lieti di festeggiare questo evento, si era promesso un regalo, una partita con i grandi campioni del primo scudetto al San Paolo, organizzata da Salvetore Bagni, ma il fisco corre più in fretta, ogni giorno si accumulano debiti che il nostro campione non è in nessun modo intensionato a pagare e quindi niente partita, sarei andato volentieri a vederlo e a tifare per lui e i suoi mitici compagni; in un certo qualmodo è arrivata la resa, che spreco di talento una vita passata a sniffare e fregare il fisco, ma l'Argentina però ce lo ha dimostrato ancora una volta quanto può valere la dignità di un uomo mostrandoci all'ultimo mondiale alle telecamere e a milioni di spettatori il vero Diego, barbuto che stringe il rosario della Virgo de Lucan. Un mito lasciato solo, c'è chi lo paragona a Pantani ma io non ne ho alcuna intenzione, Diego è caparbio e non lascerà che niente e nessuno possa intaccare la sua integrità. Certo è stato sventato una sorta di circo ognuno con 23 anni in più e ingrassati di tanti quintali. Lo stettacolo era però assicurato: filmati dell'epoca, concerto di Tullio De Piscopo ed Enzo Gragnaniello e Gianni Minà al Plebiscito. Non ci sarà una prossima volta, il fisco e l'eccessiva generosità ce lo hanno portato via, ce li hanno portati via e credo che sia un bene, la folla sarebbe stata spietata. Questo grande calciatore, il più grande di tutti i tempi, ha saputo regalare allegria, ha saputo raffinare il rapporto con il popolo, il suo era puro coraggio, la sua è pura classe, come dicevo prima è stato lasciato troppo solo e si sa che la solitudine rende schiavi del vizio, la sua vita comunque è ancora brillante, il Pibe non ha mollato e ci regala ancora oggi grandi emozioni, il suo trono è implacabile, come le sue vittorie, dunque grazie Diego per la tua voglia di vincere, grazie di cuore. Ora che tutto è finito, ho la risposta. Si Diego era davvero «MEGLI'E PELE' ».
Una storia molto difficile ma appassionante questa della blogger e giornalista cubana Yoani Sanchez: «A cuba c'è solo una persona che può parlare liberamente ed è Fidel Castro». La sua critica al governo cubano gli è valsa una nomination a blogger più seguita di tutta Cuba con migliaia di visite al giorno nel suo blog Generación Y (oscurato in patria e visibile solo dall'estero) e anche una candidatura al premio Nobel per la pace. Cuba è il paese più repressivo per quanto riguarda la censura della rete e la libertà di accesso a tutti i contenuti della rete, alla pluralità di informazione e alla libertà di espressione. Le vicende tendono ancora a neutralizzare ogni tentativo libertino lì giù nel Paese di Cuba, tutto è ancora devoto all'unico sovrano Fidel. Secondo l'ultimo rapporto di Free Hause Cuba è il paese più repressivo. Nell'isola la censura è totale, il Governo è proprietario di tutti i Media e l'esercito ha il controllo assoluto sull'informazione. E' vietato senza un'autorizzazione ufficiale aprire anche un semplice blog. Yoani Sanchez tenta però un raggiro con un atto di dissidenza di raccontare il proprio paese. Il pensiero è di quelli più comuni, c'è un gruppo che non è affatto daccordo con questa dittatura, dice: «il re è nudo». E stata il personaggio più influente secondo il Time, accusata da Castro di minare le fondamenta della rivoluzione. Vincitrice di numerosi premi Internazionali ha preso con il mondo un impegno come reporter digitale. E' diventata il simbolo delle nuove generazioni democratiche. Il suo blog è un racconto generazionale dentro c'è la Cuba reale, non ci sono frasi trionfali ne verità ufficiali che pubblicano i giornali, i blogger cubani cercano in ogni modo di comportarsi da persone libere ma le punizioni per chi si esprime liberamente sono molto severe, vanno dall'ostracismo, alla stigmatizzazione sociale e finiscono con il carcere. Ha vissuto momenti difficili quando viene sequestrata, spogliata e picchiata, anche il marito Escobar (blogger alternativo) tenta un duello verbale ma viene malmenato da una moltitudine di persone al grido di W Fidel, W la Rivoluzione. Le parole di Yoani :«ricorderemo la rivoluzione come un progetto fallito, quello che poteva essere e non è stato». Per assicurare uno stato liberale e democratico è in atto una vera controrivoluzione a discapito del governo di Cuba di cui i blogger sono i nuovi pionieri. Yoani Sanchez attivista e Global Voices è la persona più popolare alla lotta alla censura su Internet.
Il dissidente cinese Liu Xiabo è il nuovo Nobel per la pace, peccato che sia in carcere a scontare una pena di undici anni per "sovversione". Una breve intervista all'estremo pacifista: Questo rapporto tra pacifisti e dittatori è fortemente in dubbio cosa ci vorrebbe per calmare le acque? «Non è così semplice noi lottiamo ogni giorno per il diritto alla libertà che sarà concesso solamente se si eviteranno altri scontri, la pace è all'angolo di ogni nazione che si rispetti, ognuno deve contribuire e sostenere il cambiamento che dovrà avvenire solo con grandi manifestazioni pacifiche». I vostri sono due estremi opposti come pensate che possano valere le vostre ragioni? «Gli opposti si attraggono, in ogni paese in cui la dittatura fa da padrone c'è bisogno sempre di libertà, o almeno è quella che chiederanno tutti i cittadini un giorno o l'altro, bisogna abbattere tutte le barriere». Razionalizzando la questione potrebbe addirittura essere convenevole ad entrambi le parti, entrambi avete bisogno di pace più che mai. «E' vero dovremmo approfittare di questa occasione in cui il Governo sembra vulnerabile e disposto a concederci parola, dobbiamo comunicare la pace, si parla di diritti umani, qui nessuno vuole cambiare le regole tanto meno io ». Si parla dunque di diritti umani, siete in lotta contro il Governo per il mantenimento della pace, abolendo tutte le forme di repressione non verrete schiacciati? «Il Governo cinese proverà a diffondere altro terrore perché è troppo importante il traguardo a cui miriamo, abbiamo subito per decenni la dittatura e la crudeltà di uno Stato padrone, ora è tempo di credere e reagire, dobbiamo lottare ancora e continuare a credere che possiamo ancora farcela a cambiare il mondo». Voi siete una minoranza in Cina come farete a dimostrare che le vostre idee sono all'altezza del sistema? «Siamo una minoranza è vero ma abbiamo tutte le carte in regola, in Cina abbiamo tutti il diritto alla libertà. Sono decenni che si lotta contro questa dittatura capitalista e devo dirvi che abbiamo già raggiunto con il nostro sacrificio milioni di persone in tutto il mondo che ora ci guardano con occhi migliori, con più speranza». Ora che sei Premio Nobel per la Pace questi signori ti daranno ascolto, avrà più valore la tua protesta, avranno più valore le tue dichiarazioni? «Credo proprio di si, c'era davvero bisogno di dimostrare che abbiamo ancora bisogno dei nostri diritti, con questo premio riuscirò ad alzare la voce a diffondere la mia verità, la verità di cui ha davvero bisogno la Cina». Cosa c'è che non va ancora nello Stato cinese quali sono ancora i suoi attuali problemi? «Indebolimento dello stato di diritto, insufficiente tutela dei diritti umani, degrado dell'etica pubblica, capitalismo corrotto, disuguaglianza crescente tra ricchi e poveri, sfruttamento spietato dell'ambiente naturale nonché di quello umano e storico, esacerbarsi di una lunga teoria di conflitti sociali e animosità sempre più esasperata tra funzionari statali e comuni cittadini». Grazie.
Micromega pubblica in italiano il testo dell'appello per la democrazia in Cina per il quale Liu Xiabo, appena premiato con il Nobel per la pace, sta scontando in carcere una condanna a 11 anni per "sovversione".
Dopotutto il liberismo opportunistico è meglio di un autoritarismo permanente e aggressivo. Ma c'è il rischio che ancora una volta si perda l'occasione per una solida e affidabile scelta democratica.
Che Gianfranco Fini sia un politico in cui gli italiani si riconoscono è confermato dai seguenti dati di fatto: i suoi avversari Berlusconi e Bossi hanno subito cercato di toglierselo dai piedi nel modo sleale, all'italiana, che ci è proprio, depoltronarlo, cacciarlo dalla sedia autorevole su cui è seduto, la presidenza della Camera. E le sue svolte politiche, ultima quella del suo discorso a Mirabello, hanno confermato che egli è uno dei più arditi interpreti del trasformismo italiano, avendo osato, finora con successo, di mettere d'accordo fascismo e liberalismo che notoriamente sono come il bianco e il nero, il diavolo e l'acqua santa, e di essersi fatto applaudire toto corde sui temi della libertà da una platea fra cui i fascisti di sempre, gli squadristi eterni, erano chiaramente riconoscibili, a conferma, in questo caso, che da noi le idee contano pochissimo rispetto allo spirito di fazione e alla convenienza.
Gli avversari di Fini hanno detto che il suo è stato un discorso abile pronunciato da un politicante abile nel parlar bene per non dire niente. È vero, ma che altro è, salvo rare e spesso tragiche eccezioni, il modo di far politica in Italia? Per me non è stata una sorpresa. Ho conosciuto Gianfranco Fini per un'intervista quando era segretario del Msi, erede prediletto di Giorgio Almirante. Andai alla direzione neofascista come in terra nemica, come la volta che a Monaco intervistai il maresciallo Kesselring. Chiesi a Fini quali fossero i valori del neofascismo. Mi rispose che erano la fedeltà alla parola data, l'onorabilità, la tradizione, insomma quello che un cittadino ben nato ha succhiato con il latte materno. Non mi spiego che cosa avessero a che fare questi valori con una fedeltà al nazismo che di questi e di altri grandi valori aveva fatto strame.
Gianfranco Fini è un uomo politico e il suo mestiere è di trovare consensi oggi, e nel mondo di oggi la democrazia è di moda, non odiata e diffamata come negli anni dei fascismi nascenti. E si può anche pensare che dopotutto il liberismo opportunistico è meglio di un autoritarismo permanente e aggressivo. Resta però la sensazione che dietro queste facili conversioni italiane dal fascismo alla libertà ci siano gli antichi vizi, l'antica ignoranza, e gli antichi opportunismi. E che ancora una volta si perda l'occasione di consolidare questo vago desiderio di libertà in una solida, consistente, affidabile scelta democratica.
Gianfranco Fini è un politico italiano, molto italiano. La sua scelta del luogo dove annunciare la sua svolta, il paesello del ferrarese, si colloca nella tradizione italiana. Anche i socialisti turatiani avevano il loro luogo contadino puro e fedele, e raccomandavano: "Nei momenti difficili aggrappati a Molinella". La Molinella della destra liberale si chiama Mirabello, e a Mirabello nella cerimonia d'investitura di Fini è tornato a galla anche il legame italiano con la civiltà contadina. A Fini hanno offerto il tradizionale bicchiere di vino del buon ritorno, e lui lo ha bevuto e apprezzato come si deve in visita ai parenti di campagna. E dove si è svolto il discorso-comizio? Nella piazza del paese sotto la canonica. Mancavano solo Peppone e don Camillo. Dicono che è un bene per l'Italia che finalmente nasca una destra "normale". È un desiderio comprensibile se si pensa alle occasioni perdute dal berlusconismo, alla sua stolta volontà di trasformare il governo in un buon affare. (Giorgio Bocca)
I civili uccisi. Le battaglie dei parà che La Russa non ha mai rivelato. I feriti italiani tenuti nascosti. E poi le stragi di talebani, le azioni coperte degli 007, i tradimenti e i doppi giochi. Ecco il vero volto della nostra 'missione di pace'. Nei file scoperti da Wikileaks.
«Molti leader talebani nel distretto di Farah vogliono organizzare attacchi contro gli italiani. Gli abitanti sono favorevoli alle truppe della Nato e sostengono gli italiani perché si stanno impegnando per rendere sicura la regione. I guerriglieri hanno paura dei "veicoli neri" della Folgore mentre non temono le jeep color sabbia degli americani e delle forze occidentali. Il capo dell'intelligence locale ritiene che questo terrore nasca dalle perdite che la Folgore ha inflitto ai miliziani nelle ultime operazioni». Eccoli i due volti della guerra in Afghanistan. Quello che ci viene raccontato da anni, con i nostri soldati che lavorano per aiutare la popolazione e proteggerla dagli estremisti islamici. E quello che è sempre stato nascosto, con i reparti italiani che combattono tutti i giorni e uccidono centinaia di guerriglieri. Una sterminata serie di scontri, con raid dal cielo e anche tra le case dei villaggi. Ma anche una missione che deve fare i conti con traditori e doppiogiochisti, con militari afghani addestrati dalla Nato che invece aiutano i talebani, con sospetti sul destino di centinaia di milioni di euro di aiuti pagati anche dall'Italia per la ricostruzione del Paese e scomparsi nei ministeri di Kabul. Una cronaca di reparti con la bandiera tricolore che sparano migliaia di proiettili in centinaia di battaglie, sfidando le trappole esplosive e le imboscate, convivendo con il terrore dei kamikaze che rende ogni auto una minaccia, mentre gli elicotteri Mangusta esplodono raffiche micidiali, incassando spesso i razzi dei talebani.
Siamo in grado per la prima volta di ricostruire la guerra segreta degli italiani grazie ai nuovi documenti concessi da Wikileaks: l'organizzazione creata da Julian Assange che raccoglie atti riservati e li diffonde sul Web. Si tratta di oltre 14 mila rapporti dell'intelligence americana non ancora noti che il nostro settimanale presenta in esclusiva mondiale e che integrano i files divulgati due mesi fa: dossier che mostrano anche la lotta senza quartiere tra spie con una serie di episodi misteriosi. Funzionari italiani che sparano contro uomini dei servizi afghani e vengono poi arrestati da questi ultimi, un presunto terrorista prigioniero degli americani che viene consegnato al nostro governo e trasferito a Roma. Sono tutti documenti ufficiali, raccolti dai comandi Usa, in cui i reparti italiani spesso compaiono con i loro nomi di battaglia, Lupi, Fenice, Vampiri, Cobra, Tigre, Lince, o con gli acronimi delle loro Task Force, Center, North, South, TF45: resoconti in codice che raccontano l'orrore di battaglie e spesso anche la correttezza degli uomini che rischiano la pelle per non coinvolgere civili negli scontri. Un diario impressionante in cui sono elencate diverse centinaia di combattimenti, con decine di italiani feriti in modo più o meno grave di cui non si è mai saputo nulla. Il database parte dal 2005 e arriva fino al 31 dicembre 2009: ci siamo concentrati sulle informazioni dello scorso anno, quando rinforzi e nuove regole d'ingaggio hanno provocato l'escalation delle operazioni sotto bandiera tricolore.
Battaglie taciute Tra maggio e dicembre la Folgore ha cambiato il volto della presenza italiana in Afghanistan. I parà, sostenuti da elicotteri da combattimento Mangusta e dai blindati dei bersaglieri, sono andati alla caccia dei talebani per riprendere il controllo di territori sperduti. E, altra differenza, hanno cominciato ad operare fianco a fianco con gli americani, oltre che con le truppe afghane. I files segnalano oltre 200 scontri in cui sono stati coinvolti i nostri soldati, ma è una raccolta parziale che contiene solo le notizie trasmesse agli Usa.
Uno dei combattimenti più discussi avviene il 31 maggio 2009 intorno alla base Colombus. Siamo a Bala Murghab sulla frontiera occidentale, il settore strategico per esportare l'oppio che finanzia i talebani. Un confine invisibile: i files segnalano inseguimenti che proseguono nel territorio turkmeno. Poco prima del tramonto, sulle postazioni italiane e su quelle degli alleati afghani cominciano a piovere razzi. I parà rispondono anche con i mortai pesanti da 120 millimetri, quattro granate potenti come cannonate. Poi arriva una coppia di elicotteri Mangusta, che spara almeno un missile Tow «neutralizzando gli avversari». Il primo rapporto del comando italiano sostiene che siano stati uccisi 25 guerriglieri: 20 dai mortai e cinque dal missile.
Benvenuti nel mio Blog, sono napoletano e credo nei valori, lo spirito che oggi ci accomuna rivive grazie alle innumerevoli testimonianze, dunque anche la vostra, sono cosciente di quanto possa essere importante oggi la comunicazione, io credo che sia alla base di tutto, è il frutto sano di una società sana, vi saluto affettuosamente. «Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.» (Giovanni Falcone e Paolo Borsellino)
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